Tago Mago. I luoghi e le persone.
La generazione di mia nonna aveva tutta una serie di nozioni introiettate, un prontuario di vita per iniezione sottocutanea, chiaro e bruciante come i comandamenti stampati a fuoco sulle tavole della legge. Uno di questi precetti era la santità della casa, l’importanza minacciosa della tana per una famiglia strutturata diacronicamente, condannata dal corso dei decenni a mutare i personaggi – i padri, le madri, i nonni… Ma se la lotta contro il tempo è persa in partenza, si può quantomeno contrapporvi la scelta di fissare uno spazio, un luogo preciso che sopravviva ai suoi abitanti: la casa, appunto. Le cose sopravvivono alle persone, questa è la triste lezione dei nonni.
Questi ultimi due giorni sono stati l’addio del Tago Mago, un luogo che in quasi dieci anni era diventato un punto di riferimento concreto per la musica in Italia. Un luogo fisico che a fronte di una guerra fredda con l’amministrazione locale e le forze dell’ordine si è ritrovato costretto a chiudere fisicamente i battenti. Chissà cosa direbbe, la generazione di mia nonna. Ma in questi due giorni di musica non c’era davvero tristezza. La gente sul palco, la gente che ascoltava, i baristi, Stefano, tutti quanti insomma se ne stavano lì a vivere questo evento non come la fine di un qualcosa, né tantomeno come un inizio. Ci siamo ritrovati tutti, semplicemente, nel bel mezzo di quel che abbiamo conosciuto e amato in questi anni di Tago Mago. E persino Bob Corn, l’uomo cui nessuna fotografia riesce a restituire il fascino emozionante, forse perché nessuna fotografia riesce a testimoniare del vorticare ipnotico dei suoi piedi, insomma nemmeno Bob è riuscito, alla fine dell’ultimo, intimo live del Tago Mago, a chiudere il discorso, nemmeno lui è riuscito a finire. “L’energia non si disperde”, ha detto.
La generazione del web 2.0 è la generazione che ha iniziato ad abbandonare i supporti fisici in favore dei dati digitali, detto in soldoni significa che la musica che ascolto non la tengo su un cd, non la tengo nemmeno su degli hard disk, la musica che ascolto la faccio migrare da un supporto all’altro, passa da un pc a un portatile, da una chiavetta usb a un i-pod, per poi finire nella mia autoradio, o chissà dove. Finché una canzone percorre questo iter di migrazione, finché è in movimento, è viva. Quando si fermerà, dovunque si fermerà, fosse un hard disk o un dvd, sarà morta, perché con tutti questi supporti diversi mi dimenticherò dov’è, e farò prima a scaricarla di nuovo, quando la vorrò risentire. Questa nozione, semplice semplice, l’abbiamo introiettata anche noi che siamo nati un po’ prima del web 2.0, l’abbiamo fatta nostra come la generazione di mia nonna aveva fatto con altre nozioni, altre regole.
Così per vie traverse abbiamo capito che la lotta contro il tempo non si risolve scegliendo uno spazio, perché uno spazio è limitante, a suo modo, uno spazio fisso ti incatena ad esso, ti porta a pensare che le cose sopravvivono alle persone, e questo è un pensiero desolante, oltre che falso. Perché se il Tago Mago è stato il posto meraviglioso che è stato non è per i mattoni con cui è costruito, ma per le persone che lo hanno attraversato. E se non c’era tristezza dentro di noi è perché il Tago Mago non ha chiuso stasera, chiuderà solo quando l’ultima delle persone che anche stasera erano lì perderanno la voglia di sbattersi per la musica, in questa terra desolata che chiamiamo Italia. Oggi non ha chiuso il Tago Mago, ma il suo supporto fisico in via Stradella 20, Massa. Adesso è il momento di migrare da qualche altra parte, finché ne avremo voglia, perché se c’è una cosa di cui siamo certi, dopo tutti questi anni, è che le persone sopravvivono alle cose.
Qualcosa che ho imparato dai bambini.
Oggi era il mio ultimo giorno di Estate Ragazzi. Ogni volta che hai a che fare coi bambini impari cose diverse, anche contraddittorie. Principalmente stavolta ho imparato che le persone hanno bisogno di molto più affetto di quanto dichiarino e che i bambini hanno un modo tutto loro di essere adulti, seri, solo che spostano la serietà in ambiti che noi non comprendiamo. E' come confrontarsi con una cultura differente, devi reimparare ogni volta i codici di comportamento, il linguaggio. Ho imparato che certi luoghi comuni sono dolorosamente veri, come quello per cui i bambini subiscono un trauma dalla separazione dei genitori, e che quindi alla fine purtroppo è anche un po' vero che una volta che ci sono i figli di mezzo la realizzazione personale del genitore dovrebbe andare a finire nel cestino. A suo modo è triste, perché significa che fare un figlio ti costringe a ridimensionarti, a diventare una comparsa nella tua stessa vita, a castrarti nei bisogni più individuali. Però è anche vero che nessuno ti obbliga ad avere un figlio. Ho imparato che Zack Ephron è figo per via del ciuffo, che Triple H è più forte di Batista (ma meno di Undertaker), che Marco Carta è un grande cantante e che Michael Jackson da quando è morto si è riconciliato coi bambini. A questo punto il rapporto Jackson-bambini da pedofilo diventa direttamente necrofilo, però va bene così. La canzone più bella di Michael Jackson comunque è Thriller. Seguono a ruota Bad (pronuncia: <bit>, pare), poi Billie Jean. Alcuni addirittura preferiscono Scream. Ho imparato che la Juve è più forte, anzi no, il Milan, anzi no, l'Inter. Ho imparato che anche i bambini a volte non riescono a trovare le parole per dirti che ti vogliono bene. Però te ne vogliono, e hanno modi bizzarri per dimostrarlo: c'è chi ti abbraccia, chi ti bacia, chi evita il contatto e chi, direttamente, ti picchia. Ma la modalità non ha nulla a che fare con l'intensità. Vorrei tanto avere imparato cos'è la Tektonik, ma per ora ancora non ho capito cosa diavolo sia. Ho imparato che i cellulari ormai sono diventati degli stereo portatili, e mi ricordo di quei tempi in cui si vedevano i rapper girare con lo stereo portatile in spalla, e capisco solo ora quanto fossero avanti. Ho scoperto che i gusti musicali dei bambini dipendono in prima istanza dalla televisione, in seconda istanza dai fratelli, in terza istanza dal caso, e avere un ragazzino che in piena controtendenza è un fan degli 883 mi ha messo di fronte al me stesso undicenne. E lo difendevo ogni volta che per i suoi gusti veniva sfottuto. Hanno ucciso l'uomo ragno, chi sia stato non si sa. Ho imparato che sotto sotto sono un fottuto romantico. Ho capito che i bambini non sono cattivi, hanno solo la capacità innata di assorbire tutto quanto gli sta intorno, e rigettarlo fuori. Che se prendono "marocchino" come un'offesa non è colpa loro, alla fine. Potrebbero dire "stronzo", o "ciccione", ma percepiscono che quella è l'offesa giusta, sociologicamente parlando. Ancora non capisco perché adorino raccontare le barzellette. Però so che l'autore delle barzellette più bastarde è Steven Bastard. Ovviamente non è uno pseudonimo. Ho imparato che urlando non ottieni nulla, ma non ho ancora imparato come si fa, in fin dei conti, ad ottenere qualcosa. Sempre che ci sia qualcosa da ottenere. Ho imparato che i film in bianco e nero sono brutti a prescindere, invece per quelli a colori la questione diventa delicata. Comunque i film di Van Damme ancora tengono duro. L'estetica del vestiario fa il suo ingresso trionfale nella vita a 13 anni nei maschi, a 5 anni nelle femmine. Uno dei criteri per questa periodizzazione è l'altezza della vita dei pantaloni. Ho imparato che il kamikaze è meglio dell'anaconda. Poi lì mi sono imposto e ho insegnato loro che l'anaconda, se la sai fare bene, è meglio del kamikaze. Ho imparato molte altre cose ma tante ne ho dimenticate, e ho pensato di scriverne alcune qua, che quando tornerò ad avere a che fare con i bambini non vorrei ricominciare di nuovo da zero. Ma forse, dopotutto, ci saranno nuovi codici da imparare, nuovi linguaggi. Una cosa almeno, per fortuna, non cambia mai: quando si gioca a calcio, tutti addosso alla palla, e portieri volanti. Qualunque cosa significhi.

Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita.
"L'intelligenza è un dono terribile. Tende alla morte, come la memoria tende alla stabilità. Dio che è vivo, l'assolutamente instabile, l'assolutamente individuale, è, a rigor di termini, ininintellegibile. La logica tende a ridurre tutto a identità e a generi, affinché ogni rappresentazione abbia un unico ed identico contenuto in qualunque luogo, tempo o relazione essa ci si presenti. Non c'è alcuna cosa che sia la stessa in due momenti successivi della sua esistenza. La mia idea di Dio è diversa ogni volta che la formulo. L'identità, che è la morte, è l'aspirazione dell'intelletto. La mente ricerca ciò che è morto, giacché ciò che è vivo le sfugge; vuole solidificare in lastre la corrente fluente, vuole fissarla. Per analizzare un corpo bisogna menomarlo o distruggerlo. Per comprendere qualcosa, bisogna ucciderla, irrigidirla nella mente. La scienza è un cimitero di idee morte, sebbene da esse possa scaturire la vita. Anche i vermi si nutrono di cadaveri. I miei stessi pensieri, tumultuosi e agitati nelle cavità della mia mente, strappati dalla loro radice cordiale, riversati su questo foglio e fissati su di esso in forma inalterabile, sono già pensieri diventati cadaveri. Come può dunque la ragione aprirsi alla rivelazione della vita? E' una tragica lotta, è il fondo della tragedia, la lotta della vita con la ragione. E la verità? Si vive o si comprende?".
E' difficile pensare qualcosa di teoricamente più distante da quel che penso. Ma se il tono e il contenuto delle tesi altrui fossero sempre di questo livello, sarei felice di essere contraddetto più spesso.
In ordine sparso, ieri.
Il canto delle puttane africane sul treno, gli sguardi indecisi dei pendolari, imbarazzati e curiosi, anche se non sarebbe il caso, di guardarle, no, no, davvero non è il caso di guardarle sbucciarsi i vestiti, strato dopo strato, fino alla divisa della notte, e chiedersi poi se quella che canta con quella voce meravigliosa in fondo sia un uomo, controllargli le braccia, le dita dei piedi, la mascella, ma rimanere incantati dalla voce, solo dalla voce, nel caleidoscopio di vestiti che si avvicendano sulla sua pelle scura, lei sorride e canta, vivendo una vita che a noi sembra un inferno, un inferno squallido e invivibile, perché sotto sotto pensi anche che ecco, vedi, c’è chi sta peggio di te, ma invece non è vero, perché negli interstizi tra quei denti bianchissimi, tra le note che soffia, disinvolta, non c’è spazio, stasera, per quella sofferenza che rincuora le nostre piccole sofferenze bianche, per quanto lo vorremmo c’è sempre chi, alla faccia nostra, è in grado di portarsi il suo inferno personale così, a fior di pelle, sempre sul punto di cantarlo via.
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Tra le carte del professor Madrignani c’è una serie di scatti, piccole foto degli anni sessanta, direi, lo ritrovo magro, nero di barba e di capelli, gli occhiali grandi, fumé, scherza con l’obiettivo, un vero rivoluzionario vanitoso, ma negli occhi c’è già tutto quel che conoscerò di lui, nel sorriso tutto quel che amerò. Solo oggi, alla conferenza in sua memoria, mi ritorna in mente quel pomeriggio surreale che passai al suo capezzale, ormai un anno fa, parlando da solo, incoraggiato dal filippino che mi aveva fatto entrare di sguincio, con i pantaloncini e i calzettoni, la caricatura stessa di un filippino, aveva fatto anche il piccolo gesto di abbassare la coperta per mostrarmi il braccio smagrito, scheletrico, la flebo tuffata in esso, chissà poi perché, come un piccolo show privato, ecco a voi come è ridotto il professore! venghino siori venghino!, però non con cattiveria, in realtà, aveva un affetto sincero per quel vecchio ridotto al silenzio, rintontito dalle medicine, chiuso in un autismo di farmaci, in quella casa in penombra, zeppa di libri, quadri, carabattole, come in certi film gotici, con le scenografie di cartapesta, i letti col baldacchino e il servitore fedele al padrone. Avevo parlato per un po’, della mia idea di tesi, degli altri suoi alunni, cercavo di rispondere alle domande che lui mi avrebbe sicuramente fatto, se solo avesse potuto, e neanche so se mi poteva sentire, il filippino diceva di sì, che era contento di sentirmi parlare, chissà che strane corrispondenze di sensi avvenivano, tra quei due, mentre io vedevo solo due occhi fissi, una bocca che rimpastava la lingua, imbronciava le labbra, portandole in avanti, con quel gesto automatico cui neanche in questa condizione pare volesse rinunciare. E’ stata la prima persona importante della mia vita a morire, ho ancora i suoi numeri di telefono nella rubrica del cellulare. Non li cancello. Li tengo lì, mi vengono incontro quando cerco la M, ogni volta…
Il prisma di Gaza.
Ho appena visto, in differita, la puntata di annozero (la trovate qui) che tanto polverone ha sollevato, tra sceneggiate dell’Annunziata e questioni di decenza.
Posto che evidentemente Santoro non aveva intenzione di fare l’ennesimo talk show sulle ragioni rispettive, ma un semplicissimo resoconto sul “sangue dei vinti” di questi giorni, tutto palestinese 100%, e quindi poco quagliano le accuse di faziosità, la visione del programma mi ha dato da pensare, solo alcuni piccoli ragionamenti che mi sforzo di buttare giù come vengono a quest’ora infame di notte.
Si è discusso di parlare alla pancia o parlare alla testa, di analisi rigorose e doverose contro l’esperienza fisica e fattuale delle centinaia di morti tra civili. Anzi, l’Annunziata ha levato le tende indignata proprio per la facilità filopalestinese dei video strazianti, messi lì ad annichilire alla fonte ogni ragionamento.
La mia impressione è che invece questa separazione, in questi giorni di dibattiti italiani ed europei, non avvenga mai del tutto, e che anzi ognuno sia disposto a pepare con un po’ di sangue i discorsi belli tondi e ragionevoli, o indorare con fini analisi geopolitiche i cazzottoni alla pancia dei bambini dilaniati dalle bombe. E questo spesso non avviene per sincerità, per necessità di entrambi gli elementi, ma quasi per sopperire ai momenti di stanca argomentativa. La dimostrazione che tutti questi discorsi rimangano sempre all’interno della dialettica la dà il fastidio che proviamo (da filopalestinesi o filoisraeliani) quando ci viene ricordato che “sì, ok, avete i vostri morti, ma i nostri?”, considerazione che fa il paio con la rivendicazione di una “qualità della vita” sempre peggiore rispetto all’avversario (“ok, voi siete bombardati, ma hai presente che vuol dire aver paura di prendere l’autobus?”).
Questa opposizione, se ha un senso, e un senso terribile, quando a parlare sono i ragazzi israeliani e palestinesi (e lode a Santoro per la scelta, anche quando in odore di reality), diventa pura contrapposizione dialettica quando a parlare siamo noi “opinionisti”, in una specie di gara a chi soffre di più tra le due popolazioni che tifiamo, salvo poi pararci il culo con tirate retoriche sui bambini morti che sono morti comunque, che siano israeliani o palestinesi.
Ho l’impressione che la trasmissione di Santoro abbia fallito proprio in questo, perché se voleva parlare di una guerra dei bambini, di una guerra dove muoiono i bambini, l’ha fatto solo proprio all’interno di quell’immortale dinamica dialettica su chi ha ragione tra Israele e Palestina, come se gliene sbattesse un emerito cazzo, a quei bambini.
Qualsiasi discorso in merito va a finire esattamente lì, a quella specie di atavica e aprioristica presa di posizione che a me inizia a ricordare la scelta della squadra del cuore, per la quale vedi la gente rincoglionirsi e automatizzarsi senza scampo, vedi fiorire gruppi su Facebook che si chiamano “Difendiamo Israele” (da cosa, ora? da quei quattro razzi?) oppure “Fuck Israel” (per citare il più cordiale), vedi tutto quanto incancrenirsi tra sionismo e antisemitismo, snocciolarsi in liste dettagliate di morti e feriti condannati inesorabilmente ad essere di serie A o di serie B, o viceversa, in base alla fazione prescelta.
E in questo scenario bloccato, la posizione davvero razionale (lucidamente folle, direi) pare solo essere quella dell’incredibile Andrea Nativi, direttore della Rivista Italiana Difesa (sic!), che per tutta la puntata si è ostinato a parlare di “casualties” e “obiettivi” come stesse giocando a Age of Empires III, espungendo con nonchalance invidiabile l’elemento umano, di budella e arti, che riempie quelle cifre e quelle percentuali puntigliosamente riportate. Deve essere uno di quei tipi che organizzano le guerre simulate nei boschi, con i fucili ad aria compressa o a vernice. Ce lo vedo.
Perché, mi chiedo, l’argomento Israele-Palestina è così scottante, per noi? Che lo sia per chi vive quel conflitto dall’interno, per chi si sente minacciato o oppresso a casa sua, è ovvio che lo sia, ma perché in noi europei pacificati, grassi e distanti scatta questa molla irresistibile che ci fa sempre prendere posizione, ancor prima di dialogare e analizzare, e anzi quasi presuppone questo schieramento aprioristico, quando parliamo di queste cose?
Ho pensato che forse è perché questa striscia di Gaza assomiglia ad un prisma in cui magicamente si specchiano, moltiplicandosi, tutte le nostre piccole e grandi ossessioni politiche e intellettuali; c’è il conflitto tra due religioni, due etnie, la contrapposizione tra cultura occidentale e orientale, la democrazia contro il terrorismo, i fantasmi trinitari della Rivoluzione, della Resistenza e del Risorgimento; c’è la Storia, spiattellata sulla nostra faccia quando ancora si chiama attualità.
Su quel piccolo fazzoletto di terra si proiettano, condensandosi, i nodi chiave di questo Novecento che non vuole decidersi a morire, le sue utopie e le sue distopie, i sogni di gloria e i risvegli miserrimi. Una realtà intricata, fragile, insanguinata, diventa di colpo il palcoscenico possibile delle nostre convinzioni più dure, dove possiamo schierarci fieramente, felicemente. Questo conflitto-metafora ci inebria tutti, ci abbacina tra luci necrofile e fatemorgane al fosforo. Ma quando il miraggio si dirada restano i cadaveri, sfigurati al punto che, per nostra sfortuna, non si capisce più se sono israeliani o palestinesi.
Le luci della centrale elettrica - Semafori
Questo è il testo di un inedito di Vasco Brondi, che da quanto ho capito doveva far parte di una specie di compilation indie. Magari finirà nel prossimo cd. Tenete d'occhio il suo myspace.
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Quando scorrerà la strada sopra le nostre teste spaccate
Tra i viados impassibili a battere il Natale
Che cosa diremo? Cosa faremo? Che sensi di colpa scarteremo
Dai regali scaduti delle storie passate.
E sbocceranno nuovi tumori nel tedio domenicale
Al centro commerciale in saldo una politica migliore
Un medio oriente migliore
Un lifting migliore
Un uomo nero migliore
Un cemento armato migliore
Sui miei sogni migliori
Una protesi migliore
O almeno un cazzo di televisore al plasma.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i daltonici alla fine
muoiono a colori.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i P.R. poi alla fine
muoiono da soli.
E cadono i propositi dal cielo ad esprimere desideri
Che si schiantano al suolo insieme alla neve di polistirolo.
I re magi seguono la stella fino al prossimo autogrill
Taccheggiatori si affollano, camionisti insonni
Si trascinano fino al banco per un’altra mirra media.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i daltonici alla fine
muoiono a colori.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i P.R. poi alla fine
muoiono da soli.
Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi…
Che strana cosa, questa nostalgia
dei luoghi e dei viaggi, questa piccola
voragine, un vuoto d’aria che
si schiude appena tra
una costola e l’altra.
Contrappasso?
Gli omosessuali bruceranno all'inferno nel girone dei sodomiti.
Ma, soprattutto, saranno circondati da preti.
Obama, boma ye!
C'è un bellissimo documentario di Leon Gast sul leggendario incontro di boxe che, organizzato da Mobutu Sese Seko, dittatore dello Zaire, vide sfidarsi il campione George Foreman e un bolso ma tenace Muhammed Alì. Dal film emerge come la gente dello Zaire vedeva in Alì il simbolo della resistenza nera alla dilagante, mondiale supremazia bianca, ai loro occhi incarnata nell'americanissimo - seppur nerissimo - Foreman.
Il povero Foreman, sconsolato, guarda in camera e dice qualcosa del genere: "Io non capisco: quando passa Alì tutti gli urlano Alì, boma ye. Ho chiesto cosa significa. Significa Alì uccidilo. Io non capisco, anch'io sono afroamericano, sono nero come loro, non capisco perché mi odiano".
In questi giorni di facile entusiasmo, sembra che il mondo intero abbia visto in Obama il difensore della minoranza sensata della popolazione mondiale, di quelli che ci tengono all'ambiente, alla pace, alla giustizia sociale. Il suo essere primo presidente di colore per analogia lo ha reso il simbolo di questa Minoranza, con la maiuscola.
Certo, c'è chi salta sul carro del vincitore, ma io mi riferisco proprio a chi ci crede davvero: mi chiedo se in futuro non dovremo pentirci di tutta questa fiducia, mi chiedo se non abbiamo preso un abbaglio; se non abbiamo magari peccato di superficialità, credendo di inneggiare a Mohammed Alì, e invece era George Foreman.
Y de repente sopla.
Piccolo post informativo solo per informare (per chi non la sapesse) tutti i miei venticinque lettori circa la rappresentazione che avverrà questo sabato, 28 giugno, dello spettacolo "Y de repente sopla (e all'improvviso soffia)", atto unico e infinito ma diviso in 8 scene, scritto da me medesimo e dal mio sodale Pier Giulio Tongiani, che ha prevalentemente curato la regia (con qualche aiuto da parte mia, ok, ma è sempre più sua che mia, eh). Qua sotto trovate la locandina dello spettacolo, enjoy. Se volete info di qualsiasi tipo: commentate, gente, commentate!