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*loading* gonzi si sono specchiati nel mio ego tirato a lucido.

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sabato, 30 maggio 2009

Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita.


"L'intelligenza è un dono terribile. Tende alla morte, come la memoria tende alla stabilità. Dio che è vivo, l'assolutamente instabile, l'assolutamente individuale, è, a rigor di termini, ininintellegibile. La logica tende a ridurre tutto a identità e a generi, affinché ogni rappresentazione abbia un unico ed identico contenuto in qualunque luogo, tempo o relazione essa ci si presenti. Non c'è alcuna cosa che sia la stessa in due momenti successivi della sua esistenza. La mia idea di Dio è diversa ogni volta che la formulo. L'identità, che è la morte, è l'aspirazione dell'intelletto. La mente ricerca ciò che è morto, giacché ciò che è vivo le sfugge; vuole solidificare in lastre la corrente fluente, vuole fissarla. Per analizzare un corpo bisogna menomarlo o distruggerlo. Per comprendere qualcosa, bisogna ucciderla, irrigidirla nella mente. La scienza è un cimitero di idee morte, sebbene da esse possa scaturire la vita. Anche i vermi si nutrono di cadaveri. I miei stessi pensieri, tumultuosi e agitati nelle cavità della mia mente, strappati dalla loro radice cordiale, riversati su questo foglio e fissati su di esso in forma inalterabile, sono già pensieri diventati cadaveri. Come può dunque la ragione aprirsi alla rivelazione della vita? E' una tragica lotta, è il fondo della tragedia, la lotta della vita con la ragione. E la verità? Si vive o si comprende?".

E' difficile pensare qualcosa di teoricamente più distante da quel che penso. Ma se il tono e il contenuto delle tesi altrui fossero sempre di questo livello, sarei felice di essere contraddetto più spesso.




ilbiancoattorno mi circonda alle 16:39 | link | commenti

martedì, 26 maggio 2009

In ordine sparso, ieri.

Il canto delle puttane africane sul treno, gli sguardi indecisi dei pendolari, imbarazzati e curiosi, anche se non sarebbe il caso, di guardarle, no, no, davvero non è il caso di guardarle sbucciarsi i vestiti, strato dopo strato, fino alla divisa della notte, e chiedersi poi se quella che canta con quella voce meravigliosa in fondo sia un uomo, controllargli le braccia, le dita dei piedi, la mascella, ma rimanere incantati dalla voce, solo dalla voce, nel caleidoscopio di vestiti che si avvicendano sulla sua pelle scura, lei sorride e canta, vivendo una vita che a noi sembra un inferno, un inferno squallido e invivibile, perché sotto sotto pensi anche che ecco, vedi, c’è chi sta peggio di te, ma invece non è vero, perché negli interstizi tra quei denti bianchissimi, tra le note che soffia, disinvolta, non c’è spazio, stasera, per quella sofferenza che rincuora le nostre piccole sofferenze bianche, per quanto lo vorremmo c’è sempre chi, alla faccia nostra, è in grado di portarsi il suo inferno personale così, a fior di pelle, sempre sul punto di cantarlo via.

**

Tra le carte del professor Madrignani c’è una serie di scatti, piccole foto degli anni sessanta, direi, lo ritrovo magro, nero di barba e di capelli, gli occhiali grandi, fumé, scherza con l’obiettivo, un vero rivoluzionario vanitoso, ma negli occhi c’è già tutto quel che conoscerò di lui, nel sorriso tutto quel che amerò. Solo oggi, alla conferenza in sua memoria, mi ritorna in mente quel pomeriggio surreale che passai al suo capezzale, ormai un anno fa, parlando da solo, incoraggiato dal filippino che mi aveva fatto entrare di sguincio, con i pantaloncini e i calzettoni, la caricatura stessa di un filippino, aveva fatto anche il piccolo gesto di abbassare la coperta per mostrarmi il braccio smagrito, scheletrico, la flebo tuffata in esso, chissà poi perché, come un piccolo show privato, ecco a voi come è ridotto il professore! venghino siori venghino!, però non con cattiveria, in realtà, aveva un affetto sincero per quel vecchio ridotto al silenzio, rintontito dalle medicine, chiuso in un autismo di farmaci, in quella casa in penombra, zeppa di libri, quadri, carabattole, come in certi film gotici, con le scenografie di cartapesta, i letti col baldacchino e il servitore fedele al padrone. Avevo parlato per un po’, della mia idea di tesi, degli altri suoi alunni, cercavo di rispondere alle domande che lui mi avrebbe sicuramente fatto, se solo avesse potuto, e neanche so se mi poteva sentire, il filippino diceva di sì, che era contento di sentirmi parlare, chissà che strane corrispondenze di sensi avvenivano, tra quei due, mentre io vedevo solo due occhi fissi, una bocca che rimpastava la lingua, imbronciava le labbra, portandole in avanti, con quel gesto automatico cui neanche in questa condizione pare volesse rinunciare. E’ stata la prima persona importante della mia vita a morire, ho ancora i suoi numeri di telefono nella rubrica del cellulare. Non li cancello. Li tengo lì, mi vengono incontro quando cerco la M, ogni volta…



ilbiancoattorno mi circonda alle 09:50 | link | commenti (4)

domenica, 18 gennaio 2009

Il prisma di Gaza.


Ho appena visto, in differita, la puntata di annozero (la trovate qui) che tanto polverone ha sollevato, tra sceneggiate dell’Annunziata e questioni di decenza.
Posto che evidentemente Santoro non aveva intenzione di fare l’ennesimo talk show sulle ragioni rispettive, ma un semplicissimo resoconto sul “sangue dei vinti” di questi giorni, tutto palestinese 100%, e quindi poco quagliano le accuse di faziosità, la visione del programma mi ha dato da pensare, solo alcuni piccoli ragionamenti che mi sforzo di buttare giù come vengono a quest’ora infame di notte.
Si è discusso di parlare alla pancia o parlare alla testa, di analisi rigorose e doverose contro l’esperienza fisica e fattuale delle centinaia di morti tra civili. Anzi, l’Annunziata ha levato le tende indignata proprio per la facilità filopalestinese dei video strazianti, messi lì ad annichilire alla fonte ogni ragionamento.
La mia impressione è che invece questa separazione, in questi giorni di dibattiti italiani ed europei, non avvenga mai del tutto, e che anzi ognuno sia disposto a pepare con un po’ di sangue i discorsi belli tondi e ragionevoli, o indorare con fini analisi geopolitiche i cazzottoni alla pancia dei bambini dilaniati dalle bombe. E questo spesso non avviene per sincerità, per necessità di entrambi gli elementi, ma quasi per sopperire ai momenti di stanca argomentativa. La dimostrazione che tutti questi discorsi rimangano sempre all’interno della dialettica la dà il fastidio che proviamo (da filopalestinesi o filoisraeliani) quando ci viene ricordato che “sì, ok, avete i vostri morti, ma i nostri?”, considerazione che fa il paio con la rivendicazione di una “qualità della vita” sempre peggiore rispetto all’avversario (“ok, voi siete bombardati, ma hai presente che vuol dire aver paura di prendere l’autobus?”).
Questa opposizione, se ha un senso, e un senso terribile, quando a parlare sono i ragazzi israeliani e palestinesi (e lode a Santoro per la scelta, anche quando in odore di reality), diventa pura contrapposizione dialettica quando a parlare siamo noi “opinionisti”, in una specie di gara a chi soffre di più tra le due popolazioni che tifiamo, salvo poi pararci il culo con tirate retoriche sui bambini morti che sono morti comunque, che siano israeliani o palestinesi.
Ho l’impressione che la trasmissione di Santoro abbia fallito proprio in questo, perché se voleva parlare di una guerra dei bambini, di una guerra dove muoiono i bambini, l’ha fatto solo proprio all’interno di quell’immortale dinamica dialettica su chi ha ragione tra Israele e Palestina, come se gliene sbattesse un emerito cazzo, a quei bambini.
Qualsiasi discorso in merito va a finire esattamente lì, a quella specie di atavica e aprioristica presa di posizione che a me inizia a ricordare la scelta della squadra del cuore, per la quale vedi la gente rincoglionirsi e automatizzarsi senza scampo, vedi fiorire gruppi su Facebook che si chiamano “Difendiamo Israele” (da cosa, ora? da quei quattro razzi?) oppure “Fuck Israel” (per citare il più cordiale), vedi tutto quanto incancrenirsi tra sionismo e antisemitismo, snocciolarsi in liste dettagliate di morti e feriti condannati inesorabilmente ad essere di serie A o di serie B, o viceversa, in base alla fazione prescelta.
E in questo scenario bloccato, la posizione davvero razionale (lucidamente folle, direi) pare solo essere quella dell’incredibile Andrea Nativi, direttore della Rivista Italiana Difesa (sic!), che per tutta la puntata si è ostinato a parlare di “casualties” e “obiettivi
come stesse giocando a Age of Empires III, espungendo con nonchalance invidiabile l’elemento umano, di budella e arti, che riempie quelle cifre e quelle percentuali puntigliosamente riportate. Deve essere uno di quei tipi che organizzano le guerre simulate nei boschi, con i fucili ad aria compressa o a vernice. Ce lo vedo.
Perché, mi chiedo, l’argomento Israele-Palestina è così scottante, per noi? Che lo sia per chi vive quel conflitto dall’interno, per chi si sente minacciato o oppresso a casa sua, è ovvio che lo sia, ma perché in noi europei pacificati, grassi e distanti scatta questa molla irresistibile che ci fa sempre prendere posizione, ancor prima di dialogare e analizzare, e anzi quasi presuppone questo schieramento aprioristico, quando parliamo di queste cose?
Ho pensato che forse è perché questa striscia di Gaza assomiglia ad un prisma in cui magicamente si specchiano, moltiplicandosi, tutte le nostre piccole e grandi ossessioni politiche e intellettuali; c’è il conflitto tra due religioni, due etnie, la contrapposizione tra cultura occidentale e orientale, la democrazia contro il terrorismo, i fantasmi trinitari della Rivoluzione, della Resistenza e del Risorgimento; c’è la Storia, spiattellata sulla nostra faccia quando ancora si chiama attualità.
Su quel piccolo fazzoletto di terra si proiettano, condensandosi, i nodi chiave di questo Novecento che non vuole decidersi a morire, le sue utopie e le sue distopie, i sogni di gloria e i risvegli miserrimi. Una realtà intricata, fragile, insanguinata, diventa di colpo il palcoscenico possibile delle nostre convinzioni più dure, dove possiamo schierarci fieramente, felicemente. Questo conflitto-metafora ci inebria tutti, ci abbacina tra luci necrofile e fatemorgane al fosforo. Ma quando il miraggio si dirada restano i cadaveri, sfigurati al punto che, per nostra sfortuna, non si capisce più se sono israeliani o palestinesi.

ilbiancoattorno mi circonda alle 03:10 | link | commenti (2)

domenica, 04 gennaio 2009

Le luci della centrale elettrica - Semafori

Questo è il testo di un inedito di Vasco Brondi, che da quanto ho capito doveva far parte di una specie di compilation indie. Magari finirà nel prossimo cd. Tenete d'occhio il suo myspace.

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Quando scorrerà la strada sopra le nostre teste spaccate
Tra i viados impassibili a battere il Natale
Che cosa diremo? Cosa faremo? Che sensi di colpa scarteremo
Dai regali scaduti delle storie passate.

E sbocceranno nuovi tumori nel tedio domenicale
Al centro commerciale in saldo una politica migliore
Un medio oriente migliore
Un lifting migliore
Un uomo nero migliore
Un cemento armato migliore
Sui miei sogni migliori
Una protesi migliore
O almeno un cazzo di televisore al plasma.

A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i daltonici alla fine
muoiono a colori.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i P.R. poi alla fine
muoiono da soli.

E cadono i propositi dal cielo ad esprimere desideri
Che si schiantano al suolo insieme alla neve di polistirolo.
I re magi seguono la stella fino al prossimo autogrill
Taccheggiatori si affollano, camionisti insonni
Si trascinano fino al banco per un’altra mirra media.

A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i daltonici alla fine
muoiono a colori.
A un semaforo che occhieggia di un colore indefinibile
Mi hai chiesto se i P.R. poi alla fine
muoiono da soli.

Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi, Natale con i buoi…

ilbiancoattorno mi circonda alle 11:14 | link | commenti

sabato, 20 dicembre 2008

Che strana cosa, questa nostalgia
dei luoghi e dei viaggi, questa piccola
voragine, un vuoto d’aria che
si schiude appena tra
una costola e l’altra.

ilbiancoattorno mi circonda alle 02:03 | link | commenti (4)

mercoledì, 03 dicembre 2008

Contrappasso?

Gli omosessuali bruceranno all'inferno nel girone dei sodomiti.
Ma, soprattutto, saranno circondati da preti.

ilbiancoattorno mi circonda alle 01:08 | link | commenti (2)

giovedì, 06 novembre 2008

Obama, boma ye!

C'è un bellissimo documentario di Leon Gast sul leggendario incontro di boxe che, organizzato da Mobutu Sese Seko, dittatore dello Zaire, vide sfidarsi il campione George Foreman e un bolso ma tenace Muhammed Alì. Dal film emerge come la gente dello Zaire vedeva in Alì il simbolo della resistenza nera alla dilagante, mondiale supremazia bianca, ai loro occhi incarnata nell'americanissimo - seppur nerissimo - Foreman.
Il povero Foreman, sconsolato, guarda in camera e dice qualcosa del genere: "Io non capisco: quando passa Alì tutti gli urlano Alì, boma ye. Ho chiesto cosa significa. Significa Alì uccidilo. Io non capisco, anch'io sono afroamericano, sono nero come loro, non capisco perché mi odiano".

In questi giorni di facile entusiasmo, sembra che il mondo intero abbia visto in Obama il difensore della minoranza sensata della popolazione mondiale, di quelli che ci tengono all'ambiente, alla pace, alla giustizia sociale. Il suo essere primo presidente di colore per analogia lo ha reso il simbolo di questa Minoranza, con la maiuscola.
Certo, c'è chi salta sul carro del vincitore, ma io mi riferisco proprio a chi ci crede davvero: mi chiedo se in futuro non dovremo pentirci di tutta questa fiducia, mi chiedo se non abbiamo preso un abbaglio; se non abbiamo magari peccato di superficialità, credendo di inneggiare a Mohammed Alì, e invece era George Foreman.

ilbiancoattorno mi circonda alle 22:16 | link | commenti (3)

mercoledì, 25 giugno 2008

Y de repente sopla.



Piccolo post informativo solo per informare (per chi non la sapesse) tutti  i miei venticinque lettori circa la rappresentazione che avverrà questo sabato, 28 giugno, dello spettacolo "Y de repente sopla (e all'improvviso soffia)", atto unico e infinito ma diviso in 8 scene, scritto da me medesimo e dal mio sodale Pier Giulio Tongiani, che ha prevalentemente curato la regia (con qualche aiuto da parte mia, ok, ma è sempre più sua che mia, eh). Qua sotto trovate la locandina dello spettacolo, enjoy. Se volete info di qualsiasi tipo: commentate, gente, commentate!


ilbiancoattorno mi circonda alle 11:03 | link | commenti

domenica, 15 giugno 2008

Si prega di premere play, sotto questa riga.




Bene, sì, è proprio "Too much of heaven" degli Eiffel65, quella pacchianata fine anni 90. Riletta (dai genovesi Numero6) in versione sudamericana. A mio modestissimo avviso, una trovata geniale.
Per ulteriori informazioni sulla compilation (geniale) da cui questa cover è tratta andate qui. Potete ascoltarla tutta in streaming, è godervi il modo in cui alcuni dei nostri migliori gruppi indipendenti rileggono vecchie hit dance anni '90. Have fun.


ilbiancoattorno mi circonda alle 12:19 | link | commenti

lunedì, 26 maggio 2008

"Ha vinto il cinema italiano di qualità!"

Per una volta esulto in contemporanea ai campanilisti di ferro. Peccato che loro esultino per qualsiasi cosa con appiccicato un bollino anche stantio di Made in Italì. Io invece esulto perché è stata riconosciuta (grazie Sean, so che potevo contare su di te), ed è stata riconosciuta di fronte al mondo intero, l'esistenza di un grande cinema italiano persino in questo presente disastrato e paratelevisivo.
Sorrentino e Garrone (entrambi arrivano a stento ai quaranta) non sono grandi registi perché italiani. Verrebbe da dire, visto l'andazzo della produzione media, tutta benedetta dai contributi del Ministero, che lo sono nonostante siano italiani. Non sarà un caso se nessuno dei due è tra i promotori di quel patetico appello per il cinema italiano in prima serata, roba buona per un Luchetti o un Faenza, per quel cinemimo esangue che ricicla divi televisivi e produce noia "d'autore". Che tristezza. Per fortuna che c'è anche chi, invece di non perdere occasione per lamentarsi della sorte del bistrattato cinema italiano, impiega quel tempo a farlo sul serio, il cinema italiano. Senza tante fanfare, dritto al sodo.
E infatti è questo il cinema nostro che conta oggi e conterà, un giorno. Il cinema che dovremmo esportare, moltiplicare. Spero che questo quasi en plein (peccato per Servillo e la Palma d'Oro, ma la politica che sta dietro alla distribuzione dei premi è davvero palese) serva a sdoganarlo definitivamente davanti a quel pubblico che non va oltre Ozpetek e Muccino, quello che fino all'altro ieri ignorava persino l'esistenza dei novelli palmares.
Mi immagino il livore di Andreotti, Berlusconi e compagnia bella, mi immagino i camorristi nelle loro tane, mi immagino il disappunto di tutti quelli che aspettavano al varco questi due film scomodi, e che dovranno smussare le accuse o tacerle del tutto, per non essere tacciati di manifesta ignoranza.
Ma soprattutto mi immagino la gioia di questi due quasi-ragazzi, mi immagino l'entusiasmo con cui stanno ritornando a casa, con negli occhi ancora i flash dei fotografi e lo splendore della croisette, mentre finalmente, pensando ai loro prossimi progetti, realizzano che sì, in fondo, sembra proprio che questo nuovo cinema italiano si possa fondare. A partire da oggi. A partire da qui.
 

ilbiancoattorno mi circonda alle 01:49 | link | commenti (1)

 

Letture, visioni, ascolti


LIBRI:
Franz Kafka - America
Peter Szondi - Saggio sul tragico
Antonio Moresco - Gli esordi

MUSICA:
Wolfango - Stagnola
Nomeansno - Wrong
lelucidellacentraleelettrica - Canzoni da spiagge deturpate
Battles - Mirrored
L'enfance rouge - Krsko-Valencia

FILM:
M. Mc Donagh - In Bruges
G. Salvatores - Come dio comanda
C. Nolan - Il cavaliere oscuro
J. Reitman - Juno



 

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