*loading* gonzi si sono specchiati nel mio ego tirato a lucido.
mercoledì, 25 giugno 2008
Y de repente sopla.
Piccolo post informativo solo per informare (per chi non la sapesse) tutti i miei venticinque lettori circa la rappresentazione che avverrà questo sabato, 28 giugno, dello spettacolo "Y de repente sopla (e all'improvviso soffia)", atto unico e infinito ma diviso in 8 scene, scritto da me medesimo e dal mio sodale Pier Giulio Tongiani, che ha prevalentemente curato la regia (con qualche aiuto da parte mia, ok, ma è sempre più sua che mia, eh). Qua sotto trovate la locandina dello spettacolo, enjoy. Se volete info di qualsiasi tipo: commentate, gente, commentate!
Per una volta esulto in contemporanea ai campanilisti di ferro. Peccato che loro esultino per qualsiasi cosa con appiccicato un bollino anche stantio di Made in Italì. Io invece esulto perché è stata riconosciuta (grazie Sean, so che potevo contare su di te), ed è stata riconosciuta di fronte al mondo intero, l'esistenza di un grande cinema italiano persino in questo presente disastrato e paratelevisivo.
Sorrentino e Garrone (entrambi arrivano a stento ai quaranta) non sono grandi registi perché italiani. Verrebbe da dire, visto l'andazzo della produzione media, tutta benedetta dai contributi del Ministero, che lo sono nonostante siano italiani. Non sarà un caso se nessuno dei due è tra i promotori di quel patetico appello per il cinema italiano in prima serata, roba buona per un Luchetti o un Faenza, per quel cinemimo esangue che ricicla divi televisivi e produce noia "d'autore". Che tristezza. Per fortuna che c'è anche chi, invece di non perdere occasione per lamentarsi della sorte del bistrattato cinema italiano, impiega quel tempo a farlo sul serio, il cinema italiano. Senza tante fanfare, dritto al sodo.
E infatti è questo il cinema nostro che conta oggi e conterà, un giorno. Il cinema che dovremmo esportare, moltiplicare. Spero che questo quasi en plein (peccato per Servillo e la Palma d'Oro, ma la politica che sta dietro alla distribuzione dei premi è davvero palese) serva a sdoganarlo definitivamente davanti a quel pubblico che non va oltre Ozpetek e Muccino, quello che fino all'altro ieri ignorava persino l'esistenza dei novelli palmares.
Mi immagino il livore di Andreotti, Berlusconi e compagnia bella, mi immagino i camorristi nelle loro tane, mi immagino il disappunto di tutti quelli che aspettavano al varco questi due film scomodi, e che dovranno smussare le accuse o tacerle del tutto, per non essere tacciati di manifesta ignoranza.
Ma soprattutto mi immagino la gioia di questi due quasi-ragazzi, mi immagino l'entusiasmo con cui stanno ritornando a casa, con negli occhi ancora i flash dei fotografi e lo splendore della croisette, mentre finalmente, pensando ai loro prossimi progetti, realizzano che sì, in fondo, sembra proprio che questo nuovo cinema italiano si possa fondare. A partire da oggi. A partire da qui.
Carlo Alberto Madrignani. Le parole che non ho avuto il coraggio di dire.
Io non so se dovrei parlare, oggi. Non ho la presunzione di un qualche rapporto preferenziale tra il professore e me. Alla fine la nostra frequentazione non è stata diversa da quella di tanti studenti prima di me. E fino a un anno fa avrei aggiunto: da tanti che verranno dopo di me.
Ho seguito il suo corso, come molti altri, al secondo anno di triennale. Finite le lezioni, a lungo mi sono limitato a quegli incontri casuali, piacevoli, che il vagabondare costante e divertito del professore offriva spesso. Bastava alzare lo sguardo dal caffè, in piazza Dante, e c’era sempre una buona probabilità di vederlo sfrecciare sulla sua bicicletta. Un po’ piegato su se stesso, assorto. Lo potevi incontrare al cinema, in libreria, all’Arpagaus, praticamente dovunque. Alla fine Pisa sa essere molto piccola. E ogni volta aveva pronta una battuta, una domanda, chiedeva notizie. Era curioso, sempre. Ti dava l’idea che fosse l’unico professore a mostrarsi davvero interessato alla vita dei suoi alunni, ben oltre, e aldilà, della noiosa formalità dell’esame. Con un’aria anche pettegola, qualche volta. E non a tutti piaceva.
Mi ricordo il primo giorno di lezione. Mi ricordo l’insofferenza di alcuni compagni di corso di fronte all’evidente ritardo. Dopo più di mezz’ora, ancora non si era presentato. C’era già chi si alzava, chi metteva via penne e quaderni, allungando la mano verso il cappotto. E proprio in quell’istante, eccolo. Il Madrignani. Il famigerato Madrignani. Con invidiabile disinvoltura indossava camicia nera, giacca bianca, cravatta viola. A coronare il tutto, un paio di occhiali fumé. Lì per lì nessuno era convinto che fosse proprio lui: era entrato in silenzio, all’improvviso, e ora se ne stava piantato in mezzo alla stanza, senza nessuna intenzione di proferire parola. Ci scrutava, uno ad uno.
Mi ricordo che ho pensato: magari è uno degli innumerevoli matti di Pisa. Magari il prof. Madrignani non è potuto venire e questo tizio strambo è entrato qua dentro per sbaglio. Il dubbio non era solo mio, vista l’eccentricità del personaggio, e tutta l’aula era annichilita in un silenzio tra l’imbarazzato e il sospettoso.
Quello che venne dopo, quando si decise finalmente ad aprir bocca, non servì a rassicurare troppo i presenti, ed è comprensibile: da studente non fai in tempo ad abituarti un po’ allo standard della lezione frontale universitaria che ti ritrovi davanti un bizzarro ometto che ti si avvicina e ti chiede di fornirgli, nell’ordine: nome, cognome, provenienza, scuole frequentate, ultimo libro letto. Con una meticolosità tranquilla riproponeva lo stesso interrogatorio a tutti gli studenti dell’aula, uno dopo l’altro, senza fretta, non lesinando osservazioni e domande ulteriori, giusto per approfondire. La lezione trascorse così. All’uscita i commenti degli studenti non erano dei più teneri, ma io pensai che forse era stata una lezione di ambientamento, per trasformarci da matricole a esseri umani, per conoscerci un po’.
La seconda lezione fu identica alla prima: gli mancavano da interrogare ancora parecchie persone, e a quanto pareva moriva di curiosità. Lo sgomento e l’incredulità giunsero presto a livelli tali che quasi subito le lezioni si spopolarono. Ci fu una specie di selezione naturale che ridusse a una ventina gli studenti, ma col senno di poi non escluderei che una parte di lui la facesse apposta a spargere un po’ di terrore tra gli studenti, come a tastare il terreno, come a dire che solo chi resisteva alle prime lezioni poteva partecipare – nel senso più pieno – al suo corso.
Perché quello che seguì lo spopolamento fu la cosa più vicina alla maieutica che abbia mai visto in un’aula, liceale o universitaria che sia. Non aveva un programma preciso perché non gli interessava. I suoi corsi consistevano sostanzialmente in 60 ore di conversazione sul Romanzo, in cui era più il tempo in cui noi eravamo chiamati in causa che quello in cui lui stesso parlava. E verso quali argomenti ci saremmo indirizzati, quali territori avremmo attraversato, dipendeva in gran parte dalla nostra reattività, dalle domande che ci ponevamo e dalle risposte che davamo alle sue domande. “Che cos’è il romanzo, secondo voi?”.
La sua idea di insegnamento universitario era sicuramente minoritaria, difficile, non adatta a tutti, ma una volta che accettavi di stare al suo gioco, quello che potevi imparare da quelle 60 ore andava ben oltre la materia trattata, persino oltre lo studio della letteratura, era un modo di ragionare, di affrontare i problemi, era un’idea che ti si ficcava dentro la testa con l’incandescenza del metallo, con la fertilità del seme.
Di solito si esagera, in queste situazioni, e ci si sbrodola nella retorica. Ma io non ho davvero dovuto aspettare questo giorno per credere fermamente che quel corso, quelle misere 60 ore, abbiano cambiato qualcosa, in me. Ma sono anche pronto a credere che sia stato così per molti altri prima di me, e per quei pochi venuti dopo di me.
Ma non era abbastanza, a quanto pare. Un anno dopo mi sono ritrovato quasi per caso a scrivere la tesi sotto la sua supervisione. Dico quasi per caso perché la mia era una tesi di contemporaneistica, sul romanzo poliziesco, ma poiché per vari motivi nessun altro mi poteva seguire, lui si offrì di diventare il mio relatore, dandomi quasi carta bianca su un argomento che, pur conoscendolo bene, non era comunque il suo terreno abituale.
Mi riceveva spesso nella sua casa in perenne penombra, con i quadri appoggiati sulle poltrone e libri sparsi un po’ ovunque. Mi accoglieva a volte in vestaglia da camera, mentre sul fornello cuoceva una padella di spinaci. Ricordo quando mi riconsegnava le pagine corrette con tratti rossi, annotazioni a margine mescolate a briciole di pane e minuscole macchie di unto. Non era mai prodigo di commenti, e spesso ho temuto che quello che scrivevo non gli piacesse affatto, o non gli interessasse. Anche il giorno prima della discussione, andai a casa sua per chiedergli che cosa mi avrebbe chiesto, di cosa avrei dovuto parlare. Fu evasivo, preferì, come al solito, chiedermi come stavo, se mi divertivo, se avevo la fidanzata. Uscii da quella casa con il vago terrore di una piccola catastrofe.
Il giorno dopo, quando mi sedetti di fronte alla commissione, scoprii finalmente che cosa pensava del mio lavoro: ebbe per me parole molto belle, emozionanti, tutte quelle che in sei mesi di preparazione aveva taciuto e tenuto per sé, magari solo un po’ esagerate per impressionare la commissione. Ero del tutto sconvolto, mi ricordo: tremavo sulla sedia, arrossivo, mi sentivo una liceale corteggiata al ballo della scuola.
Poco dopo ero fuori, nella confusione e nella luce delle congratulazioni e degli abbracci. Lo cercai nella calca del cortile della Sapienza. Lo trovai che parlava con il suo amico di sempre, entrambi un po’ defilati. Cercai le parole per ringraziarlo, ma fallii miseramente, limitandomi a bofonchiare qualche “grazie”. Mi guardò con affetto, sorrise. “In gamba, ragazzo”, disse. In gamba.
Tutto qua. Dire che lo conoscevo bene sarebbe presunzione. E parlare, raccontare tutte queste cose che ho detto, potrebbe essere presunzione anche questa, non so. Ma nel mio piccolo di studente, di tesista, di alunno – ecco sì, alunno – del professor Madrignani, ho pensato che in questo giorno, in questo luogo, fosse giusto raccontare l’esperienza-tipo, quella che è stata mia, e soltanto mia, ma che allo stesso tempo non è stata diversa da quella di tanti studenti prima di me. E anche se illogico, irreale, innaturale, impossibile, spero mi capirete se voglio ostinarmi ad aggiungere: quell’esperienza che sarà di tanti studenti che verranno dopo di me.
C'era tanta gente, oggi. Avrei voluto ringraziarli uno per uno. E' stata una bella cerimonia, raccolta. Sarebbe stato contento così.
Dopo un anno e mezzo mi sono deciso ad ascoltare le registrazioni pirata che mio cugino aveva fatto il giorno della laurea. E sentire la sua voce, sentire di nuovo quelle parole, anche tra i fruscii e l'eco dell'aula storica della Sapienza.. . . . .
Buona notte, professore. Ci vediamo a Pisa. Da qualche parte.
“Sui ragazzi morti ci si può sempre fare affidamento”, dice.
Le esperienze emozionanti non si ripresentano mai uguali, anche se simili in tutto, o quasi. Diversa la situazione, in parte diverse le persone. Diverso tu, magari. Ma cambiando l’ordine degli addendi quel che ottieni è comunque una scarica di energia che ti scuote le ossa intorpidite dal quotidiano.
…qualcuno che non beve qualcuno che non sente qualcuno che non respira qualcuno che non sa…
Ho tante immagini di questa giornata lunghissima (afterhours? sì, grazie!) che si stendeva sul grigio friulano, assottigliandosi come a non voler finire mai. Forse non ha neanche molto senso elencarle, perché essere là, in quelle ore, era una cosa che ha a che fare solo con noi che c’eravamo. Le parole non rendono, quasi mai.
Mi chiedo come faccia la gente che non ha questo tipo di interessi a sopravvivere cibandosi soltanto della serata al locale, della cena fuori, della vacanza ecc. Come possa non fare mai esperienze fuori tono, fuori tempo, come ci si possa accontentare, sempre. Sarò infantile, ma credo che la mia vita abbia guadagnato un’altra spanna di senso, qualche chilo di emozioni e punti esperienza in più, e in sole trenta ore scarse. Un risultato non da poco, credo. Stare su quel set, ammassati come agnelli al macello, con il solo conforto delle parole di Gabriele Salvatores (“…siete molto carini a essere venuti e a sopportare con pazienza…”), delle birre passate di nascosto da Luca e delle canzoni in acustico dei Tre Allegri.
Ecco, in quel momento avrei voluto essere nella testa di Salvatores che si chiedeva: “dove mai succede che su un set si improvvisa un concerto per ammazzare il tempo?”. Ma, Gabrielone l’avrà capito, la nostra bellezza di ragazzi morti sta soprattutto in questo: nell’essere persone che interagiscono, che riconoscono il proprio teschio sotto la faccia altrui, e che si vogliono bene in un modo irrazionale e animale, senza bisogno di dire granché. Per cui se l’attesa è stancante, se Davide ha la chitarra in mano, Enrico il basso, se Luca è alla batteria, perché non fare qualcosa, nel frattempo? Perché non eliminare alla radice la dimensione dell’attesa, facendo vivere ogni momento al massimo? In altri set qualcuno avrebbe megafonato un “Ragazzi, zitti!” o un “Davide non suonare!”, ma ecco, credo proprio che Salvatores avesse capito, capito che c’è una base di fratellanza dietro ogni cosa che si fa insieme, e che anche se si chiama lavoro non è detto che non ci si debba divertire, nel frattempo.
E poi c’è il problema della celebrità. In una stessa giornata ho visto tre modi diversi di gestirla, e per fortuna è mancato l’esempio peggiore, quello del divismo all’ennesima potenza, quello della distanza irriducibile e anzi sottolineata, di chi si nega alla plebe anonima come fosse feccia.
Il primo esempio è stato Elio Germano: se ne stava sul set come in vacanza (non aveva scene da girare), e anche alla festa che è seguita presenziava per divertimento, con la consapevolezza del figo (timido) della scuola. Giubilava segretamente a ogni autografo richiesto, a ogni foto ricordo scattata. La naivete fatta divo del cinema, insomma, mescolata a dosi di disponibilità massima e zero arroganza. Stava alle regole ma con umiltà, insomma.
Il secondo esempio era Gabriele Salvatores. Credo che i registi siano tra i personaggi più schivi dello spettacolo. Adora il suo lavoro e si vede, scherzava con le comparse, si divertiva. Ma quando son finite le riprese ed è scattata l’ora dell’autografo ha cercato di fuggire in ogni modo, braccato da chi voleva la foto col proprio cane (!!!), la firmetta per la cugina di terzo grado, o consegnargli la sceneggiatura da anni nel cassetto. La distanza c’era tutta, suo malgrado, le persone lo vedevano come un’eminenza, un guru, una via preferenziale per il successo, magari. E la sua ritrosia veniva di conseguenza. Sfuggiva al meccanismo come poteva, ma con scarsi risultati.
E poi. Beh, poi ci sono i Tre Allegri. Non vale dire che loro sono meno famosi. È vero, certo, ma è anche vero che la gente che era lì in buona parte era lì per loro, erano venuti a conoscenza della cosa attraverso il sito e, insomma, eravamo il loro pubblico, giunto lì per far vedere su pellicola quanto siamo belli, nonostante le truccatrici e gli esibizionisti abbiano fatto di tutto per deturparci. Sta di fatto che il loro modo di rapportarsi con la gente (o se volete, i fan) è assolutamente orizzontale: si sfondano i piedistalli a colpi di sorrisi e abbracci, si accorciano le distanze a colpi di bevute e discorsi. E rimanere alzati a casa di Davide fino alle cinque del mattino a vedere vecchi filmini di quand’era piccolo (“quella è la mia mamma” “quello è il mio papà” “ciao mamma!”), a giudicare cortoons a suon di cazzate (“questo è ingiudicabile, dai”) e alcool, è una cosa che potevamo fare solo con loro o con chi, come loro, percepisce il rapporto tra artisti e “fan” come quello tra persone con qualcosa in comune, e si limita a comportarsi di conseguenza, parlando di musica, fumetti, condividendo vodka e ricordi, offrendo un tappeto psichedelico dove sdraiarsi e, forse, dormire.
“La celebrità non mi ha cambiato” dicono di solito le celebrità, mentendo spudoratamente. Ma per fortuna c’è anche chi della celebrità se ne fotte, e trova l’unico modo possibile per trattare con la gente. Abbattere i diaframmi, fare come se i filtri non esistessero, stare insieme.
“Sui ragazzi morti ci si può sempre fare affidamento”, dice. È vero, e la cosa vale in entrambe le direzioni. Grazie, ragazzi, ci vediamo alla prossima, e sarà di nuovo una festa, un ritorno a casa.
Una condivisione.
Ps: un abbraccio speciale ai ragazzi morti che erano con me. Siete bellissimi.
Il tiro al bersaglio verso un Woody Allen bollito e senile è arrivato a tali livelli di automatismo industriale da far pensare che i recensori abbiano da tempo rinunciato a vederne i film, limitandosi di volta in volta a dedurre, da una scorsa alla trama, quali spunti di altri suoi film ricicli, quali resti tematici o stilistici si sia deciso a grattare dal fondo, quanti e quali ossi ammuffiti spolpi, e via metaforizzando.
Così è stato, quasi unanimemente, anche per questo Cassandra’s dream: certo, il tema dostoevskijano è tutt’altro che nuovo per lui (vedi alla voce Crimini e misfatti, o ancor più Matchpoint), ma ormai bisognerebbe accettare serenamente che da trent’anni Allen gira gli stessi due o tre film, declinandoli in infinite variazioni musicali. Anzi, è proprio in questa ragnatela di richiami che il suo cinema acquista un senso più preciso, al di là del singolo episodio: questo “Sogno di Cassandra” – brutta la titolazione italiana – si interpreta meglio sulla scorta di Crimini e misfatti, ma soprattutto acquista (e restituisce) nuova luce se accostato proprio al recente Matchpoint. E sostenere che ne rappresenta invece un cassonetto di idee avanzate, di rimasugli e frattaglie è fin troppo limitante e, come dicevo, automatico.
Certo è vero che Woody Allen, da bravo regista a cadenza annuale, sta sempre ben attento a centellinare le idee, costruendo film intorno a pochi nuclei tematici, ed è anche vero che questa certa povertà affliggeva proprio Matchpoint, fin troppo rannicchiato sulle due idee portanti: il Caso che disfa i piani e i delitti degli uomini, anche i più hitchcockianamente perfetti; il tentativo di elevarsi socialmente con i mezzi peggiori.
Tutto ciò si ritrova anche in Cassandra’s dream, ma bastano pochi elementi nuovi per cambiare di segno il tutto: per la prima volta infatti Allen crea un microcosmo di personaggi quasi proletari, allontanandosi dai manierati ambienti upper-class. La molla che spinge al delitto i due fratelli è infatti una cronica necessità di liquidi, con i quali mettere a punto goffi tentativi di smarcarsi dai sobborghi londinesi, da un’autofficina sgangherata, dal ristorante paterno, da una vita ai margini. Ma la loro condizione di eterni perdenti fa sì che qualsiasi sogno di indipendenza passi attraverso un diabolico zio d’America, benefattore instancabile e prodigo almeno fino a quando, in nome dello spirito di famiglia, si appresta a riscuotere i debiti, secondo l’antico adagio dei panni sporchi e della famiglia. Con l’immancabile aggiunta del sangue.
I meccanismi familiari sono infatti l’altro elemento introdotto, forse perché meglio scandagliabile proprio in questo contesto “proletario”: senza quasi esplicitare nulla, Allen tratteggia un interno domestico soffocante ma caloroso in cui il ricco zio introduce il lato oscuro della famiglia, quell’intrico di omertà e sovralegalità che lo spinge a pretendere dai nipoti – nella piovosa ed emozionante scena del parco – un omicidio strategico, chirurgico, per salvare il suo patrimonio. E a tal proposito va ricordato ai detrattori del film come questo personaggio interessante non venga minimamente sfiorato dall’epicentro dostoevskijano del film, a dire come Allen, in maniera per nulla schematica, di fronte al bivio delitto & castigo/delitto senza castigo sembra scegliere una terza strada che tiene conto delle differenze di ceto sociale: il rimorso, l’etica sono appannaggio solo di chi può permetterselo, di chi è abbastanza in basso da cadere.
E se la trama può sembrare a qualche spettatore dipanarsi in modo troppo lento e prevedibile, si tratta di un’interessante ambiguità di fondo nella scelta dello stile: Allen sotto il manto nebbioso di un thriller psicologico nasconde le secche geometrie della tragedia classica, dove i due fratelli sin dall’inizio portano scritto in fronte il loro destino di colpa e dannazione, dove non c’è via di fuga o colpo di scena che tengano, dove la suspense si coagula intorno alla consapevolezza di quanto dovrà accadere a ogni singolo passo sbagliato, a ogni ineluttabile passaggio dalla causa all’effetto. Che se poi il parsimonioso Woody si fosse anche solo limitato a trasformare il Caso di Matchpoint nel più classico Fato, non mi sembrerebbe comunque un cambiamento da poco.
Quello che ancora non avevate capito di me è che sono un maniaco.
Tra le mie perversioni peggiori c'è il rito settimanale dell'editioriale di Umberto Brindani, direttore di Tv, Sorrisi & Canzoni. Non ne perdo quasi nessuno. L'altra perversione, a questa correlata, è il recente proposito di scrivere alle redazioni: perché limitarsi a leggere articoli stupidi, perché farsi il sangue marcio, passare minuti (ore?) a pensare "ma che discorsi idioti che fa la gente, ed è pure pagata per farli... ah gli risponderei questo e questo" per poi accantonare la cosa insieme a qualche centilitro di bile surriscaldata? No, no, è più salutare esternare, sfogarsi, che oggi con internet ci metti un secondo a scrivere a qualsiasi direttore, giornalista, scribacchino che sia sui cui vomitare il fastidio accumulato negli anni pre-telematici.
Ok, la sto facendo apocalittica, ma il fatto è che a 'sto giro ho scritto proprio a Brindani.
Fase 1: l'incidente diplomatico.
Brindani, il 21 gennaio, pubblica la sua ennesima tirata delirante, dichiarando che ci spiegherà finalmente la differenza tra i Beatles e i Tokio Hotel. Mai titolo fu studiato meglio per attirare la mia attenzione. Da un titolo così possono piovere solo ettolitri di cazzate. E infatti.
Non sto a commentare perché la pochezza si manifesta da sé.
Fase 2: la perversione.
Il mio nuovo corso salutista mi spinge a non starmene zitto, quindi mi prendo cinque minuti per scrivere una mail a Sorrisi. Dio, che vergogna, a pensarci bene. Probabilmente per questo rimuovo tutto quanto il prima possibile.
Una sera, però, mia madre mi chiama in cucina e con sguardo interrogativo mi pone davanti la pagina della posta del Tv Sorrisi & Canzoni, dove la mia frettolosa mail si ritrova, incorniciata da un box che la elegge "Lettera della settimana", a dover condividere lo spazio vitale con la replica dell'esimio Brindani.
L'incauto diretùr non sa di aver creato un mosto: gli fioccano mail di insulti e protesta. La rete freme di poderoso sdegno e dalla folla si innalza un coro: IO STO CON DARIO ROSSI! Si attendono striscioni al prossimo derby.
Fase 4: diritto di replica.
A questo punto trovo doveroso ringraziare chi mi costruisce torri d'avorio e mi compatta intorno un partito, quindi scrivo di nuovo a Brindani che si scusa di non poter pubblicare la replica, nel frattempo riempiendomi di lusinghe atte a tenermi buono. Vorrebbe sotterrare l'ascia di guerra.
Ma se non gli scritto una terza volta non è certo perché mi ha convinto - anzi, pare proprio non capire, qualsiasi cosa gli scrivi lui dice che non stai rispondendo alla sua scomodossima domanda. Mah.
Ecco, il fatto è che inizia a pesarmi un po' il culo, scrivere mail e argomentare dà soddisfazione al mio lato perverso, ma dura fatica e tempo che al momento non ho. Per cui inizio anche a rivalutare il mio proposito di scaricare la bile.
Che poi come gli rispondi a chi, allibito, ti chiede: "Ma ti metti a litigare con Tv Sorrisi e Coglioni!"?
Vorrei morire a questa età
vorrei star fermo mentre il mondo va
ho quindici anni
Programmo la mia drum-machine
e suono la chitarra elettrica
vi spacco il culo
è questione d’equilibrio
non è mica facile
Charlie fa surf, quanta roba si fa
MDMA
ma ha le mani inchiodate... se
Charlie fa skate, non abbiate pietà
crocifiggetelo, sfiguratelo in volto
con la mazza da golf
alleluja alleluja
Mi piace il metal, l’r'n’b
ho scaricato tonnellate di
filmati porno
e vado in chiesa e faccio sport
prendo pastiglie che contengono
paroxetina
Io non voglio crescere
andate a farvi fottere
Charlie fa surf, quanta roba si fa
MDMA
ma le mani inchiodate da
un mondo di grandi e di preti fa skate
non abbiate pietà
una mazza da baseball
quanto bene gli fa
alleluja alleluja
Arrivo buon ultimo a commentare il singolo nuovo dei Baustelle. Innegabilmente si sente che la Warner cerca di far fruttare il contratto che aveva già prodotto la Malavita (che ha venduto più della norma indie, ma meno di un gruppo da Festivalbar, di quelli che vorrebbe la Warner, insomma). Innegabilmente hanno melodicamente puntato alle radio. Innegabilmente. Ma.
Ma è un bel pezzo. Con un gran testo, crudele, secco e duro. Come in radio non ne senti mai. Ma.
Ma ovviamente il "popolo della blogosfera" ha già dato l'avvio alla sagra della prima pietra, dandoli per venduti, finiti, sputtanati eccetera. Rei di aver infranto il primo comandamento del circuito alternativo: "Mai uscirne, pena l'ostracismo e la lapidazione", anche non in quest'ordine. Ma.
Ma puttana troia, il popolo alternativo di sta gran minchia adora a tal punto crogiolarsi nella sua quota di minoranza da non accorgersi che se la gente (la Gente, con quante G e disprezzo volete) canticchia questa canzone (questo testo!!!) è molto meglio che se continuasse a canticchiare Meneguzzi o Antonacci? Non capisce che c'è pop e pop, melodico e melodico?
Battisti è pop, i Beatles sono pop, Paolo Benvegnù è pop, i Belle and Sebastian sono pop. La vogliamo finire di asservirci a dinamiche preconfezionate e predigerite? Non vi rendete conto, tutti, che chi cerca di migliorare le cose dal di dentro merita lo stesso rispetto, anche più rispetto di chi sceglie la strada tutto sommato più comoda, ovvero rimanersene nel proprio cantuccio, suonare in piccoli locali, uscire su piccole etichette ecc., tutti nel proprio beato orticello a coltivarsi i papaveri del proprio ego, della propria onestà intellettuale paventata, della propria integrità morale inerziale? Certo, se fosse così non potremmo più trovarci al pub (indie) con le nostre giacchette (indie) adorne di spillette (indie) a lamentarci lietamente di come l'Italia sia ancora ferma al festival di Sanremo.
Ho cercato di essere sincero e di aprirmi. E' stata una sensazione nuova, emozionante. E' incredibile come i problemi che dentro la testa sembrano complicati poi, quando li affronti parlandone, si ridimensionano, sembrano affrontabili e superabili. E mentre lei si incupiva, io invece diventavo sempre più ottimista e sereno: so che supereremo ogni cosa, ogni problema. Questo compreso. So che ci organizzeremo e ci verremo incontro sulle cose grandi e su quelle piccole. Perché viviamo nella stessa tana, anche se non sembra. Perché condividiamo il cibo e i malumori. Perché litighiamo sempre, fin dal primo giorno che ci siamo conosciuti. Perché continueremo a farlo finché acquiescenza non ci separi.
Perché siamo troppo belli, insieme, e se ci penso non ho più paura.
Sull’uso della soggettiva in Halloween di Carpenter.
La letteratura fantastica ottocentesca come Todorov l’ha teorizzata prevedeva la strettissima immedesimazione tra lettore e vittima, un primissimo piano che tagliasse quasi fuori la realtà, vista come nebulosa e ostile, sede di quel reale sempre pronto a tramutarsi in soprannaturale sanguinario e minaccioso. Questa sorta di miopia dello sguardo narrativo contribuiva a cementare il dubbio fondamentale: è reale o no? o meglio ancora: è soprannaturale o no?
E spesso in quella letteratura il soprannaturale si rivelava infine reale, marchingegno o stramberia di natura, il mostruoso veniva ricondotto all’ordinario da una corretta messa a fuoco delle cose – come la mamma rassicura il figlio impaurito dall’ombra della giacca paterna.
L’inizio di Halloween è un solenne e geometrico ribaltamento di quel sistema: quattro minuti di piano sequenza in soggettiva ci identificano con il serial killer, lo psicopatico, il Mostro: vediamo con i suoi occhi, traballiamo sui suoi passi, sentiamo il suo respiro affannoso. E attraverso questi occhi, su quei passi, con quell’affanno ci apprestiamo a penetrare nella piccola provincia americana, a spiare l’intimità di un manipolo di teenager, intimità psicologica quanto fisica. E anche in quei casi in cui la soggettiva non è effettivamente del Mostro, la dimensione narrativa è la stessa: è come se quel primo piano sequenza avesse sfondato i limiti del quadro, contaminando tutto il film, condizionandolo dall’interno. Il voyeurismo connaturato nell’esperienza cinematografica si concretizza nei suoi estremi, erotici e violenti a un tempo: noi siamo Michael che spia le coppiette, noi siamo Michael che le fa a pezzi.
E se nella letteratura fantastica di Todorov il primissimo piano sulla vittima nutriva il dubbio sulla realtà, in Halloween la soggettiva del carnefice annienta il dubbio stesso: quella realtà orrorifica è comprovata fin da subito, e di essa ci rende conto costantemente, fornendocene la versione dall’interno, passo dopo passo. In tutte quelle scene in cui Laurie crede di vedere il Mostro ma poi lo riconduce a un abbaglio, ad una svista, noi invece sappiamo che era tutto vero, che aveva visto bene, che da un momento all’altro il Mostro colpirà. È la buona vecchia suspence hitchcockiana, il meccanismo per cui lo spettatore sa più cose del personaggio, valuta più correttamente i fenomeni (la miopia di giudizio quindi resta, ma relegata ai soli personaggi) e ne prevede terribili conseguenze. La tensione che nasce dal noto piuttosto che dall’ignoto (ancora il fantastico ottocentesco).
Ma ciò che invece resta pressoché ignoto riguarda l’aspetto contenutistico, la spiegazione psicologica, in una parola: il perché. Perché Michael uccide? Perché sopravvive a ogni ferita? A fronte di qualche suggerimento psicanalitico tra le righe, un semplicissimo verdetto percorre tutto il film, a livello verbale come visuale, nelle ripetitive parole dello psichiatra come nella sorda e silenziosa determinazione con cui il ragazzo uccide: Michael è il male, il demonio, il Mostro. Ma anche in questo caso la soggettiva torna a intorbidare le acque, o forse a renderle finalmente limpide: se Michael è il male inspiegato e inspiegabile, se i nostri occhi sono i suoi, allora non ci sono proiettili che tengano, non c’è salvezza momentanea a consolarci: il male ci abita silenzioso, insondabile, la violenza ci appartiene ed esplode a tratti, senza scampo. Michael Myers è un uomo, come ci ricordano quei pochi secondi in cui viene smascherato.
Ma oltre ad essere un uomo, è anche un simbolo, un’incarnazione. Ed è naturale che quella bizzarra concrezione di violenza che è Michael non muoia, e che anzi scompaia; non c’è traccia di lui in nessuno dei luoghi che la cinepresa scandaglia nel finale, i luoghi percorsi dal delitto: la camera, il salotto, la cucina. E sebbene il film si concluda su casa Myers, origine particolare di quel male, non sarà pedante notare che neanche in quella tetra facciata ci sia alcuna traccia di lui. Il male, il demonio, il Mostro è scomparso, è tornato nella sua dimora sotterranea. Alberga oltre i titoli di coda, oltre il buio finale, oltre lo schermo. Abita l’occhio di chi guarda, dello spettatore che ha accettato, a inizio film, di identificarsi con quella particolare soggettiva. Ma se glielo chiedete non lo ammetterà mai; ancora pensa, ingenuo, di stare della parte della vittima, mentre fin da quella prima inquadratura Carpenter gli ha scoperto addosso, crudamente, la faccia, la pelle e gli occhi del carnefice.